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Silvio Zanella

By Mauro Bertani, 03 Marzo, 2019

Fondatore della civica galleria di arte moderna di Gallarate

Tra le opere di Silvio Zanella troviamo alcune che toccano l'arte sacra. Un esempio sono le vetrate della chiesa di Sant'Antonio a Gallarate. L'edificio sorge su di un'area in cui già dal XV secolo sorgeva un antico Oratorio. Gli affreschi della chiesa sono di Biagio Bellotti e alcune sculture di Giuseppe Rosnati. Questi raffigurano la vita di Sant'Antonio, eremita della Tebaide, che conobbe San Francesco d'Assisi, visse tra III e IV secolo, molto vivo nel culto della nostra zona, sia come protettore degli animali domestici che come protettore dal fuoco di S.Antonio ed altri malanni; altri raffigurano Santa Marta, culto molto devoto a Milano, nato nel 1345 dalla vedova Simona da Casale. In epoca di Carlo e Federico Borromeo diviene il centro per il rinnovamento della vita monastica femminile di Milano. La luce entra nella chiesa attraverso quattro vetrate nella parte alta, con firma Zanella, realizzate negli anni sessanta durante i lavori di restauro. Raffigurano eventi della vita di Gesù, come la lavanda dei piedi, e notano un lavoro sul colore che è sempre stato caro all'artista tanto che nel libro della collana Galerate, presente nella sala Zanella, al museo MAGA, si può leggere che "la riflessione sulla luce risulta come uno dei tratti distintivi della sua pittura, fino a renderla in alcuni casi la vera protagonista".

Curiosando questa sala, che ricostruisce la quotidianità della vita di Zanella, si può notare una zucca essiccata che sta a ricordare come l'arte sia anche qualcosa di imprevisto e sconosciuto nel suo divenire. Messa sopra un davanzale con sotto un calorifero, lasciata lì, a cuocere e a rinfrescarsi, con gli spifferi dei vecchi finestroni di una volta, è diventata un'opera d'arte anche perchè, non si sa come, ma ha resistito ai grandi traslochi della vita, come a ricordare che una parte di ignoto è lì a caratterizzare le nostre vite e persino la nostra stessa espressione. Tra i libri della sala Zanella ho sfogliato "Saper Vedere" di Matteo Marangoni; nella prefazione compito dello scrittore è portare a leggere secondo poesia un'opera d'arte, perchè come ricorda la citazione di De Goncourt: "Apprendere a vedere è il più lungo apprendistato di tutte le arti".

Chiudo con uno sguardo al lavoro pittorico di Zanella. Si parte con l'arte figurativa degli anni '40 con quadri raffiguranti aerei e bombardamenti; negli anni '50 sulla scia del Movimento d'Arte Concreta le figure sono nascoste da geometrie di colore. Dagli anni '60 inizia ad apparire il paesaggio che si trascinerà in tutta l'opera di Zanella apparendo e scomparendo a seconda degli stili che adopererà, così lo vediamo camuffarsi come paesaggio astratto dettato dai colori o come paesaggio impressionista delineato dalle pennellate. Dell'ultima parte della vita sono i trittici, due o tre quadri posti uno di fianco all'altro come a dire che il movimento di un quadro si collega al movimento di quello vicino, così come una pennellata si capisce e si percepisce da quelle che ha intorno. E allora si potrebbe definirlo un concettuale inconsapevole dove l'idea dietro ai trittici è quella di mostra e allora si può rileggere la frase in cui dichiara la difficoltà di trovare a fatica il tempo per la sua pittura, rubato dalla civica galleria d'arte di Gallarate, e capire che forse quella stessa idea era entrata a far parte anche della sua arte. Oppure è pura impressione, come quelle nuvole in cui si vedono le forme di una donna e il paesaggio si lascia per una volta vedere.