AgricultorE

L'algoritmo e il pane

By Mauro Bertani, 10 Novembre, 2018

Considerazioni su #glocal18, festival di giornalismo di Varesenews

Viviamo nell'era dell'algoritmo e sembra che ci stiano portando via la poesia; niente di più falso. Turing, il matematico che ha inventato il computer, ha fatto una stupenda teoria su come si risolvono i problemi. E' un gioco di simboli, si masticano fino a quando il gioco di traslazioni non porta alla soluzione. Poi ha scoperto che alcuni problemi sono uncomputable per loro natura. Alcuni problemi non hanno soluzione e questa teoria ha permesso all'uomo di trovare la soluzione a problemi che fino ad allora erano impensabili, tanto che, poste le basi dell'informatica, il progresso dell'uomo in quasi tutti i campi del sapere ha avuto un andamento esponenziale. E' morto giovane, per suicidio, come se volesse confermare che aveva trovato i suoi uncomputable number nella vita quotidiana. E questo fa parte della poesia che si portano dietro le grandi persone, quelle che fanno la storia. Ma voglio farti notare un'altro aspetto della poesia di Turing, la poesia degli algoritmi: ossia la capacità umana di descrivere i fatti attraverso formule matematiche, questa è la poetica più complessa che si possa fare, è ermetismo concettuale in linguaggio formale, poetica per filosofi del nuovo millennio.

Si parlava della capacità che i giovani devono mostrare passando dal mondo dell'università a quello del lavoro e così è uscita la centralità del luogo nell'insegnamento, le quattro mura come base di convivialità. Altro aspetto sono le tre tappe che un rabbino poneva in latino ai suoi allievi, poste nero su bianco davanti alla cattedra. Recipere, utere e tradere, ossia ricevere con la sfumatura del conquistare, usare nell'accezione al saper masticare quello che hai ricevuto, a saperlo fare tuo, ed infine condividerlo, con quel senso di trasmettere una tradizione e rimetterla in circolo. Allora ho pensato a come si può allontanare questa paura dell'algoritmo, questo mondo dominato da macchine e ho pensato alle persone per risolverlo. Le persone si portano dietro le montagne mi sono detto. Quando conosci una persona spesso dici cose che le danno fastidio e cose che le fanno piacere e senza che lei te lo dica impari a percepire quali sono le une dalle altre, impari a conoscere la montagna che si portano dietro. Non mi piace la figura dell'iceberg perchè da l'idea del frugare sul fondo, mentre preferisco il concetto di arrivare sulla vetta e ammirare il paesaggio. Ogni tanto sento parlare qualche giornalista nostalgico che dice che le redazioni si sono ristrette e gli algoritmi decidono la priorità dell'informazione e la loro fruizione, che probabilmente il ruolo del giornalista diventerà secondario. Io non credo questo finchè i giornalisti saranno capaci di arrampicarsi sulle montagne e far vedere la bellezza della vista. Una recensione di un cantante che mi racconti un particolare di quel mondo che io conosco solo per aver ascoltato il disco, e mi fa vedere il mondo con gli occhi dell'artista, è opera giornalistica che non sarà mai sconfitta da un algoritmo. Così come vedere la pagina di google e i primi cinque risultati, non può dare l'idea della passione, della poesia che sta dietro a quella stupenda disciplina che è l'informatica. Per farti passare il concetto, una bella animazione richiede conoscenze di fisica, per la precisione di dinamica, una disciplina che è stata inventata da Newton, forse il primo matematico che ha avuto l'idea di descrivere la realtà attraverso modelli matematici. Allora penso che insegnare, lavorare, vivere, fare giornalismo è la capacità di scalare le montagne ed insegnare agli altri a fare lo stesso o semplicemente dagli uno sguardo della vista di quella vetta ricordandosi sempre che se è pur vero che Dio parla in linguaggio matematico è altrettanto vero che il pane non si può fare in digitale.